Senatore del Regno d'Italia
Nella primavera del 1915 Attilio Hortis lascia Trieste. L’Italia entra in guerra contro l’Austria-Ungheria e la città adriatica è ancora sotto dominio austriaco. La sua posizione, già esposta per il noto orientamento nazionale, diventa politicamente delicata e potenzialmente pericolosa: sceglie quindi di trasferirsi nel Regno d’Italia.
Rientra a Trieste alla fine del conflitto, quando la città è finalmente italiana. Nel frattempo rifiuta la cattedra di Storia del Risorgimento all’Università di Bologna e accetta, nel febbraio 1919, la nomina a Senatore del Regno. L’11 dicembre dello stesso anno ne diviene vicepresidente.
Il ritorno di Trieste all’Italia
Il 3 novembre 1918 il generale Carlo Petitti di Roreto sbarca dal cacciatorpediniere Audace al Molo San Carlo, prendendo possesso di Trieste a nome delle potenze alleate. Il giorno seguente riceve sul colle di San Giusto il Tricolore cucito segretamente dalle donne triestine durante l’occupazione.
La fotografia con dedica autografa a Hortis, datata 3 agosto 1919, testimonia il rapporto di stima tra il primo governatore italiano di Trieste e il nuovo senatore. La dedica – «in segno di venerazione e devota amicizia» – suggella simbolicamente il passaggio dalla lunga stagione asburgica alla nuova fase italiana della città.
Il riconoscimento del Regno
Il decreto di nomina a Senatore del Regno, datato 24 febbraio 1919, reca la firma di Vittorio Emanuele III ed è controfirmato dal Presidente del Consiglio Vittorio Emanuele Orlando. La nomina avviene ai sensi dell’articolo 33, categoria 20a dello Statuto Albertino, riservata a coloro che «con servizi o meriti eminenti hanno illustrato la Patria».
Hortis ha sessantanove anni. La guerra è terminata da pochi mesi, Trieste è appena entrata a far parte del Regno d’Italia, e il bibliotecario, erudito e patriota riceve il più alto riconoscimento istituzionale che lo Stato possa tributargli.
Nel clima del primo dopoguerra
Le fotografie e le cartoline autografe di Gabriele d’Annunzio, inviate durante l’impresa fiumana e datate 1920, restituiscono il clima acceso e simbolico del primo dopoguerra. L’immagine dell’amico in uniforme, firmata da Fiume, mostra come la dimensione politica e quella personale si intreccino in una stagione segnata da entusiasmo, tensioni e profonde trasformazioni.
Il riconoscimento politico chiude una stagione, ma non conclude la sua opera. L’eredità di Attilio Hortis continuerà a vivere nelle istituzioni culturali, nelle raccolte da lui ordinate e nella memoria della città.